In viaggio in moto in Corsica, sopra le Calanche di Piana
In viaggio in Corsica, sopra le Calanche di Piana.
C'è stato un tempo in cui uno prendeva una Vespa PK 125, due mutande, una giacca sbagliata, quattro attrezzi messi male sotto la sella e partiva da Genova per Lisbona.

Senza interfono. Senza app meteo con radar in tempo reale. Senza prenotazioni strategiche. Senza sapere se il giorno dopo avrebbe dormito in un campeggio, in una pensione triste, su una spiaggia, o sotto un portico con la moto di fianco.

Incoscienza? Probabilmente sì. Imprudenza? A volte. Romanticismo da bar? Non solo.

Perché qualcuno l’ha fatto davvero. Vero, Jan?

E il punto non è dire che allora fosse tutto meglio. Sarebbe troppo facile, e anche un po’ falso. Il punto è un altro: forse oggi siamo diventati bravissimi a organizzare il viaggio, ma rischiamo di dimenticarci perché volevamo partire.

La moto non è nata per ottimizzare: è nata per aprire possibilità

Oggi un viaggio in moto può diventare un piccolo progetto industriale.

Tracce GPX preparate al metro. Recensioni di ogni ristorante. Prenotazioni già fissate. Lista degli hotel con parcheggio custodito. Gruppi WhatsApp. Punti benzina, punti panoramici, punti fotografici, punti dove “conviene fermarsi” e punti dove “non vale la pena”.

E alla fine rischi di fare un viaggio perfetto, senza aver viaggiato davvero.

Perché il viaggio, quello vero, ha bisogno di una quota di imperfezione. Ha bisogno di un bivio preso male, di una strada che diventa bianca, di un temporale non previsto, di una trattoria trovata perché avevi fame e non perché aveva 4,7 stelle su Google.

Ha bisogno di quello spazio vuoto in cui la vita entra.

Io non sono contro l’organizzazione. Sarebbe stupido. Un minimo di organizzazione aiuta, soprattutto quando si viaggia in due. Aiuta a non trasformare ogni sera in una lotta per trovare da dormire. Aiuta a godersi meglio il tempo, a evitare errori grossolani, a non far pagare all’altro la propria idea romantica di avventura.

Però c’è un confine sottile.

Organizzare per liberarsi è una cosa. Organizzare per controllare tutto è un’altra.

La prima forma ti permette di partire sereno. La seconda ti impedisce di partire davvero.

La moto perfetta per viaggiare non esiste

Tra le vigne, senza fretta.
Tra le vigne, senza fretta.

Negli anni ho fatto turismo in moto con mezzi diversissimi.

Ho viaggiato con una Kawasaki Z350 del 1977, roba che oggi molti non userebbero nemmeno per andare al bar del paese vicino. Ho fatto strada con una BMW K100 Martini, con una R80 ST del 1980, con la prima Bonneville 790 nel Nord Europa, in due, prendendo acqua come solo il Nord Europa sa regalarti: con metodo, costanza e una certa ferocia meteorologica.

Ho girato i Balcani con una Honda CB500X, infilandomi ovunque proprio perché quella moto mi dava spensieratezza. Non era enorme, non era intimidatoria, non era un oggetto prezioso da proteggere a ogni buca. Era una compagna onesta, facile, leggera abbastanza, concreta. Una moto che ti diceva: “Dai, proviamo a vedere dove porta questa strada”.

Con la Honda CB1100 ho fatto un giro della Grecia bellissimo, in due, con quella sensazione piena e rotonda che solo certe moto classiche sanno dare. Ho fatto giri nelle Langhe con il CN250 Fusion, perché anche uno scooter, quando lo usi con lo spirito giusto, può essere una piccola nave da esplorazione. Ho fatto strada in Francia con la R1150, in Corsica con la Scrambler 865, insieme all’amico Federico e alla sua immortale R80 GS, che possiede da venticinque anni e che ormai è più un animale fedele che un veicolo.

Ho amato l’Africa Twin 750 RD07, che resta una di quelle moto capaci di farti credere che il mondo sia ancora grande, polveroso e attraversabile. E l’ultimo viaggio con il VStrom, quello invernale, l’ho fatto in Italia, a inizio gennaio, in due: freddo, strade vuote, luce bassa, quell’aria sospesa che hanno solo certi viaggi fuori stagione.

E cosa ho imparato?

Che la moto perfetta per viaggiare non esiste.

Esiste la moto perfetta per fare autostrada in fretta, questo sì. Una grande tourer moderna, una Gold Wing, una RT, una grossa adventure ben protettiva: lì non si discute. Se il tuo viaggio è macinare chilometri, arrivare riposato, attraversare mezza Europa come su una business class a due ruote, allora certe moto sono semplicemente superiori.

Ma io non viaggio così.

A me piace andare in statale. Mi piace infilarmi dove mi viene voglia. Mi piace poter cambiare idea. Mi piace vedere una strada secondaria, magari brutta, magari stretta, magari con l’asfalto che finisce, e non dover pensare: “No, con questa bestia da 270 chili meglio evitare”.

Nei miei viaggi mi sono trovato molte più volte a benedire il fatto di non avere una moto enorme, alta, costosa e inspostabile, piuttosto che a maledire il fatto di non poter fare trasferimenti autostradali a velocità da missile balistico.

È ovvio: ogni viaggio ha le sue caratteristiche. E io posso parlare solo del mio modo di viaggiare. Ma per me la moto da viaggio ideale non è quella che fa tutto meglio sulla carta. È quella che non ti mette soggezione. Quella che non ti fa sentire prigioniero del suo peso, del suo prezzo, della sua elettronica, della sua immagine.

Una moto da viaggio deve darti possibilità, non ansia da prestazione.

La libertà non ha sempre la stessa forma

Fin quasi in spiaggia, in Albania.
Fin quasi in spiaggia, in Albania.

La moto, per me, è libertà da prima ancora che diventasse “viaggio”.

È libertà dal primo Superbravo guidato in campagna, quando con l’amico Rudi potevamo andare a prendere i cornetti nel bar più vicino senza dover sudare cento magliette in bicicletta tra i monti e i saliscendi liguri.

Quella era già libertà.

Non serviva Capo Nord. Non serviva il deserto. Non serviva il passaporto pieno di timbri. Bastava un motorino, un amico, una strada e la sensazione improvvisa che il mondo si fosse allargato.

Poi negli anni quella libertà ha preso forme diverse.

A volte è una Gold Wing che ti permette di andare a Capo Nord quasi senza accorgertene, protetto, comodo, con la musica, il passeggero felice e il parabrezza che apre l’aria davanti a te come la prua di una nave.

A volte è una Z350 del 1977, su cui ti senti un eroe anche solo perché è partita, tiene il minimo e non ha perso pezzi negli ultimi trenta chilometri.

A volte è una moto economica e onesta, che se cade da ferma non devi fare tre anni di analisi per superare il trauma finanziario.

A volte è una moto leggera che ti permette di infilarti in una strada bianca senza sapere dove andrà a finire.

A volte è una vecchia Africa Twin, che magari non frena come una moto moderna e non ha l’elettronica di un caccia, ma ti dà quella sensazione rara di poter attraversare il mondo con dignità meccanica.

A volte è una Scrambler 865 a carburatori, che sulla carta non impressiona nessuno, ma ti fa sorridere a velocità quasi di codice, ti lascia sentire il motore, ti lascia capire cosa succede, ti lascia ancora l’illusione meravigliosa di essere parte del funzionamento della macchina.

La libertà non è una scheda tecnica. È una relazione.

Il problema non è pianificare. È sterilizzare

Gli incontri che non puoi pianificare.
Gli incontri che non puoi pianificare.

Un viaggio totalmente improvvisato può diventare una fatica inutile.

Soprattutto in due, l’idea romantica del “vediamo dove dormire” può trasformarsi in nervosismo, freddo, fame, stanchezza e discussioni evitabili. Quando viaggi con qualcuno, non porti solo i tuoi bagagli: porti anche il suo ritmo, i suoi limiti, il suo bisogno di sicurezza, la sua idea di comfort.

Quindi sì: un minimo di organizzazione serve.

Sapere più o meno dove si dormirà. Avere un’idea delle tappe. Controllare se certe strade sono aperte. Non sottovalutare il meteo. Non partire con gomme finite, catena secca, freni da cambiare e l’idea eroica che “tanto si vede”.

Questa non è libertà. È sciatteria.

Però l’iperorganizzazione è il problema opposto. È quando il viaggio viene chiuso prima ancora di cominciare. Quando ogni deviazione sembra una perdita di efficienza. Quando il compagno di viaggio non guarda più il paesaggio ma il navigatore. Quando l’obiettivo non è vivere il viaggio, ma completare il programma.

In quel momento la moto diventa un mezzo per eseguire un file.

E allora no.

Perché il viaggio in moto è fatto anche di margine. Di quello spazio non deciso in cui accade qualcosa. Una deviazione. Una sosta. Una persona incontrata. Un paese in cui non pensavi di fermarti. Una strada che non era nel piano e che diventa il ricordo più bello di tutto il viaggio.

Il viaggio non deve essere disorganizzato. Deve restare poroso.

Deve lasciare entrare il mondo.

Le moto piccole insegnano una cosa che le grandi dimenticano

Royal Enfield Himalayan 411
Royal Enfield Himalayan 411

Le moto piccole, medie, vecchie, semplici, spesso insegnano una cosa: il viaggio non è una questione di dominio.

Con una moto enorme rischi di pensare in termini di prestazione: quanto carico, quanto veloce, quanto lontano, quanto comodo, quanto protetto, quanto status. Tutto vero, tutto legittimo. Ma a volte questa potenza crea una distanza dal mondo.

Con una moto più semplice, invece, il viaggio torna proporzionato al corpo.

Senti il vento, la salita, il limite, il motore che lavora. Senti anche la tua stanchezza.

Non sei isolato dal viaggio. Ci sei dentro.

La CB500X nei Balcani mi ha insegnato questo: non serve avere la moto “definitiva” per fare un grande viaggio. A volte serve una moto che non ti faccia paura. Una moto abbastanza leggera da permetterti di sbagliare strada. Abbastanza economica da non vivere ogni sterrato come un attentato al patrimonio familiare. Abbastanza semplice da lasciarti pensare al viaggio, non alla moto.

La stessa cosa, in modo diverso, vale per uno scooter nelle Langhe. Sulla carta sembra quasi ridicolo parlare di viaggio con un CN250. Eppure la libertà, certe volte, è proprio lì: nel mezzo sottovalutato, nella velocità giusta, nella strada secondaria, nel non dover dimostrare niente a nessuno.

Il turismo in moto non è una gara di cilindrata. Non è un concorso di valigie in alluminio. Non è una competizione tra chi è più adventure.

È il modo in cui scegli di attraversare il mondo.

La vera domanda non è “con quale moto posso partire?”

In coppia, in Grecia.
In coppia, in Grecia.

La vera domanda è: che tipo di libertà sto cercando?

Vuoi la libertà di fare 900 chilometri in un giorno senza distruggerti? Allora una grande tourer ha senso.

Vuoi la libertà di infilarti ovunque, sbagliare strada, fermarti in un paese minuscolo, prendere una bianca che non sai dove porti? Allora forse una moto più leggera, semplice e meno preziosa ti renderà più libero.

Vuoi viaggiare in due con comfort e serenità? Allora devi rispettare anche il passeggero, non solo la tua mitologia personale.

Vuoi partire con una vecchia moto? Bellissimo. Ma devi accettare che il viaggio includa anche la meccanica, la pazienza, forse qualche riparazione, forse qualche imprevisto.

Vuoi partire con una moto moderna piena di elettronica? Perfetto. Ma non confondere la sicurezza con la garanzia che non succederà nulla.

Ogni moto apre alcune porte e ne chiude altre.

La moto perfetta non esiste perché il viaggio perfetto non esiste. Esiste il viaggio giusto per quel momento della vita, con quella persona, con quel mezzo, con quella voglia, con quel grado di incoscienza e quel grado di prudenza.

Forse dovremmo tornare a fidarci un po’ della strada

Entroterra ligure: la strada secondaria come destinazione.
Entroterra ligure: la strada secondaria come destinazione.

Non dico di tornare a partire senza sapere nulla, con la tenda marcia, il portapacchi legato male e la convinzione che l’olio motore sia un’opinione borghese.

Dico un’altra cosa.

Dico che dovremmo lasciare al viaggio il diritto di sorprenderci.

Dovremmo organizzare meno per paura e più per rispetto. Meno per controllare e più per poterci abbandonare.

Perché alla fine i ricordi più forti raramente sono quelli perfettamente pianificati.

Sono la pioggia presa in Nord Europa sulla Bonneville. Sono le strade balcaniche infilate con la CB500X. È la Grecia in due sulla CB1100. È la Corsica con la Scrambler 865 e l’amico Federico sulla sua R80 GS immortale. È l’Africa Twin RD07 che ti fa sentire il mondo più grande. È il viaggio d’inverno in Italia, con il freddo, le luci basse e quella bellezza un po’ spoglia delle cose fuori stagione. È il Superbravo in campagna, con Rudi, per andare a prendere i cornetti senza sudare come bestie sui saliscendi liguri.

La moto è questo.

Non è solo andare lontano. È sentire che puoi andare. Che puoi scegliere, deviare, fermarti, sbagliare strada senza sentirti perduto.

Forse la libertà motociclistica non consiste nell’avere la moto più capace del mondo, né il viaggio più organizzato del mondo.

Forse consiste nel trovare quel punto fragile e bellissimo in cui sei abbastanza preparato da non rovinarti il viaggio, ma abbastanza aperto da lasciare che il viaggio ti cambi.

E allora sì: una Vespa PK 125 da Genova a Lisbona resta una follia.

Ma in quella follia c’è qualcosa che dovremmo ricordare.

Non per copiarla alla lettera. Non per fare gli eroi. Non per fingere che il mondo non sia cambiato.

Ma per non dimenticare che, prima di ogni navigatore, di ogni recensione, di ogni prenotazione e di ogni moto “definitiva”, il viaggio comincia sempre nello stesso modo:

con una strada davanti e la sensazione, improvvisa e infantile, che oggi si sia liberi.